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International Society of Neuropsychophysiology DNA cervello coscienza consapevolezza educazione
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LE DOGLIE DEL PARTO: L’UOMO DEL DUEMILA

(aprile-giugno 1994)

 di

 

Michele Trimarchi

 

Si affaccia all’orizzonte un “Uomo nuovo”, chiamato dai più “asociale”. L’Uomo nuovo non accetta imposizioni, ricatti, presunzione, invidia, competizione negativa, menzogna, non accetta di ubbidire, mentre accetta la non violenza, la giustizia, la verità, l’amore, l’armonia.

Chi è pronto ad ospitare sul nostro pianeta questo tipo di Uomo? Ospitarlo senza colpevolizzarlo perché non si conforma e non si adatta all’ipocrisia, al formalismo, a un modello conflittuale di vita che nega sostanzialmente la libertà della sua espressione, la libertà della dignità, la sovranità della verità, la libertà di crescere e divenire senza ambizioni di superiorità sugli altri.

Prepariamoci a vedere l’“invasione” di questi uomini che ogni giorno nascono e crescono in vari punti del pianeta – indipendentemente dalla razza, dal colore della pelle e dal grado di civiltà raggiunto – e che spesso vengono “uccisi” dall’ignoranza, dall’ipocrisia, dalla competizione, dalla coercizione, dall’invidia, dalla mediocrità di uomini furbi che dettano le regole del gioco al di fuori di quelle leggi giuste che sono la conquista della coscienza democratica del mondo.

Se volete sapere dove sono questi uomini cercateli innanzitutto in voi stessi e nei vostri figli, specialmente in quello che “lottano” per mantenersi liberi e che spesso, sopraffatti, ricorrono alle droghe, all’alcol, agli psicofarmaci per tentare di sfuggire alla prepotenza e all’arroganza di chi, con il proprio ruolo, impone le proprie idee e le proprie regole.

Nella nostra società il ruolo non è quasi mai conforme all’attuazione della sua funzione e troppo spesso è il solo mezzo che dà potere a uomini il cui grado di coscienza è molto lontano dal ruolo affidatogli dalla natura o dalla società; per cui il potere consente di mantenere il ruolo negando la funzione, il servizio utile all’evoluzione della persona e della società. La mia attività scientifica e professionale è testimone di quanto sopra espresso.

Molti giovani dicono di volersi uccidere perché questa società non gli piace o perché la vita che gli si prospetta non è giusta e non è degna di essere vissuta; spesso dicono che non vogliono vivere come vivono i loro genitori; la maggior parte di loro non si sente compresa. E così alcol, droga rappresentano il “farmaco” per la sopravvivenza, nella speranza che qualcosa cambi. Chiedono aiuto, ma ciò che gli si offre non risolve i loro problemi.

I farmaci non curano l’anima e non rimuovono le cause del malessere, per cui i più soccombono. Ma essi non si sacrificano invano. Consentono di fatto l’evoluzione della scienza e della coscienza del mondo, poiché ognuno deve prima o poi fare il “mea culpa”: ad esempio la psichiatria, priva di anima; la psicologia, priva del cervello; la pedagogia, priva di una metodologia scientifica che rispetti la dignità dell’Uomo; la politica economica, finalizzata al profitto e non all’incremento della qualità della vita.

Attualmente abbiamo al mondo circa sei miliardi di “verità”, e occorre una scienza che sia in grado di prenderne atto e indirizzare l’umanità verso la risoluzione dei conflitti nel rispetto della sovranità della “Verità”, quanto mai necessaria per consentire all’Uomo del Duemila di scegliere di vivere sul nostro pianeta.