dna cervello coscienza consapevolezza educazione
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International Society of Neuropsychophysiology DNA cervello coscienza consapevolezza educazione
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VALORIZZIAMO I BAMBINI

 

Il comportamento dei bambini non è mai casuale, né è dettato dal loro “carattere”, ma è sempre il frutto di ciò che noi stimoliamo in loro

 

 

di

 

Marina Salvadore*

 

Elisa, 3 anni e mezzo, entra in classa accompagnata dalla madre, è il suo primo giorno di scuola. L’insegnante va incontro alla madre, la saluta cordialmente, poi guarda la bambina sorridendo e chiedendole il suo nome con un tono di voce formale ed asettico. Elisa non la guarda in viso, mantiene gli occhi bassi, la fronte è aggrottata, resta in silenzio e si nasconde dietro la gonna della madre, dando all’insegnante le spalle.

 

Nell’aula accanto entra Iacopo, 5 anni, anche per lui è il primo giorno di scuola. Anche lui, come Elisa, è accompagnato dalla madre, ma l’insegnante si rivolge prima di tutto al bambino, lo cerca negli occhi, si accovaccia per guardarlo meglio e gli dice: “Ma lo sai che sei proprio bello? Sono proprio felice che ci sei, ti stavo aspettando!” Iacopo si illumina tutto in viso, cerca gli occhi della maestra e le sorride. E’ come alleggerito. Quelle parole arrivano come se le aspettasse da sempre, parole non vuote e stereotipate, come quelle spesso sentite dai grandi, ma che trasportano un’energia che lo scuote dentro e che il bambino è pronto a riconoscere. Qualcosa si è “acceso” dentro di lui e non può non esprimerlo, qualcosa che lo fa vibrare, risuonare e gioire.

 

Quelle parole lo hanno fatto sentire quello che in realtà lui è: importante. Da quel momento Iacopo sente dentro una sferzata di energia che lo spinge irresistibilmente ad esprimersi, si attiva, rivolge alla maestra tremila domande, la voce è squillante, vuole sapere tutto di ogni cosa e persona che c’è nella stanza, è come se la conoscesse da sempre.

 

Perché le due situazioni hanno prodotto nei bambini due risposte così diverse?

 

Cosa hanno percepito i bambini nel comportamento delle due maestre?

 

E cosa ci dicono i due bambini con le loro risposte?

 

E’ semplice: i bambini, per essere sé stessi, per aprirsi ed esprimere la loro originalità con gli adulti, devono potersi sentire amati, cioè valorizzati, rispettati, considerati, gratificati ed accolti con gioia, così come accaduto a Iacopo, altrimenti tendono a restare in silenzio, ad isolarsi, impauriti e disorientati, e nel tempo diventano ribelli verso un sistema che non li favorisce; oppure sono destinati a diventare “perfetti” solo da un punto di vista formale, secondo le aspettative di noi adulti che spesso li vogliamo, senza rendercene conto, ubbidienti e “bene educati”, ma in realtà profondamente dissociati dalla loro realtà sostanziale, soffocati nella loro gioia di vivere, sperimentarsi, sentirsi sé stessi.

E se solo per un attimo sapessimo cosa producono veramente in loro molti dei nostri comportamenti abituali, faremmo qualsiasi cosa pur di modificarli.

 

Tornando all’esempio di partenza, Elisa con il suo rifiuto non vuole essere scortese con la maestra, come apparentemente potrebbe sembrare ad una percezione superficiale e distratta: il suo non è un comportamento voluto o deciso, non è lei che scegli di comportarsi così, ma una pulsione, presente sin dalla nascita, che sta difendendo per lei il suo diritto di esistere e il suo diritto ad essere riconosciuta in sé stessa, diritti che in quel momento non le vengono riconosciuti ma negati.

 

Pensiamo solo per un attimo, quindi, a quanti bambini sono costretti a mettere in atto atteggiamenti di difesa in risposta ai nostri comportamenti sterili ed automatici, distratti e ripetitivi, e a quanti di loro, magari, vengono anche colpevolizzati e puniti da noi adulti per aver messo in atto un comportamento che altro non è se non la logica conseguenza del nostro!

In quel momento, l’effetto della nostra capacità di comprenderli nelle cause di quei comportamenti, rinforzato da rimproveri, sgridate o punizioni, non può che tradursi nel loro cervello in una condizione drammatica che suona più o meno come “non mi capiscono”, “non mi amano”, “sento forte che non è giusto …” e il bambino vivrà questa emozione fortissima e con grande sofferenza, con il dramma dentro, come fosse la fine di tutto.

E questo, inevitabilmente, lo condizionerà per la vita.

 

Lo condizionerà all’idea che gli adulti non lo capiscono e quindi imparerà a non parlare o, se costretto a farlo, a mentire;

 

lo condizionerà all’idea che non hanno stima di lui e, alla fine, sarà lui a non avere stima di sé stesso;

 

lo condizionerà al vittimismo e a vedere ogni azione imperfetta degli altri non come dato di fatto, ma solo come effetto negativo su di sé;

 

lo condizionerà alla dipendenza dal giudizio degli altri, vale a dire che se il giudizio sarà positivo lui sarà “felice” e, se negativo, deluso e insoddisfatto;

 

lo condizionerà  a sviluppare strategie di finzione e di opportunismo e questo gli impedirà di avere invece un rapporto vero e sostanziale con sé stesso e con gli altri.

 

Se ci rivolgiamo ai bambini imponendo regole, pretendendo ubbidienza, inibendoli in quello che vorrebbero fare o esprimere, non possiamo entrare in contatto con loro, né stabilire un rapporto in cui sentono di essere amati, valorizzati e rispettati e, nel migliore dei casi, esprimeranno “indifferenza” nei nostri confronti, nel peggiore svilupperanno insicurezza, ansia, aggressività.

Al contrario, proviamo ad avere rispetto della loro spinta a conoscere spiegando loro il perché delle cose, insegniamo loro a ragionare in proprio, sostituendo le imposizioni e le inibizioni con la gioia di voler sapere cosa pensano di ogni cosa o situazione, facciamoli rendere conto dei loro “errori”, senza mettere a rischio la loro autostima, spiegando che è sbagliata quell’azione e non loro come persone, così si sentiranno sempre rispettati nella loro dignità, cioè nell’importanza della loro esistenza, e rimarranno sempre disponibili e felici di ascoltarci e di esprimersi.

 

Come accade nel caso dell’insegnante di Elisa, se parliamo con i bambini attraverso frasi fatte e stereotipi, con comportamenti e schemi preformati, distratti e presi dai nostri pensieri, se diamo importanza più alle cose da fare che a loro, i bambini si terranno a distanza da noi e questo, se saremo così saggi da voler imparare, sarà già un test per misurare e migliorare le nostre modalità comunicative; andiamo, invece, in diretta con il bambino, cerchiamo prima di tutto una sintonia profonda con il suo essere, e lui ci percepirà e ci riconoscerà nell’energia positiva e costruttiva che gli arriverà attraverso le nostre parole e il nostro modo di relazionarci a lui.

 

Non esistono bambini buoni o cattivi, educati o maleducati. Esistono i bambini, con le loro potenzialità, il più delle volte tutte da sviluppare, e con i loro limiti prodotti dall’ignoranza dell’ambiente in cui vivono e che, purtroppo, proprio l’espressione di quelle potenzialità va ad ostacolare o a bloccare.

 

La spinta fisiologica ad esistere e ad autodeterminarsi è presente in tutti i bambini già dal primo giorno di vita, poiché innata e quindi già prevista geneticamente: tale spinta si esprimerà automaticamente attraverso rifiuti e difese se noi tenderemo a violarla; se invece ne avremo il pieno rispetto, i bambini rivolgeranno l’attenzione verso la nostra energia, riconoscendo in quella il potenziamento di sé stessi e della loro realtà, dimostrandoci momento per momento di essere sulla strada giusta come persone e come educatori.

 

*Membro del Comitato Esecutivo I.S.N., Segretario Generale Aggiunto I.S.N., Educatrice,      

  A.F.D. (Abilitazione a Funzioni Direttive – Caposala)