dna cervello coscienza consapevolezza educazione
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International Society of Neuropsychophysiology DNA cervello coscienza consapevolezza educazione
International Society of NeuropsychophysiologyDNA cervello coscienza consapevolezza educazione

LO SVILUPPO NEUROPSICOFISIOLOGICO DEL BAMBINO

 

Michele Trimarchi

 

 

 

Tratto da

 

L’INTERPRETAZIONE DEL DISEGNO IN ETA’ EVOLUTIVA

 

 

Pubblicato su

Il Cervello e l’Integrazione delle Scienze

n. 42   2° semestre 2003

 

Il bambino nasce con la spinta fisiologica a conoscere il mondo e a comunicare con esso. I primi strumenti di comunicazione sono il pianto e il sorriso, e a mano a mano che cresce ogni comportamento del bambino diventa veicolo di comunicazione: ogni gesto, sguardo, espressione verbale e non verbale comunica lo stato di benessere o malessere del bambino e avverte se ciò che egli sta vivendo in un dato momento favorisce ed armonizza la sua crescita o gli crea sofferenza, disagio, chiusura.

Anche il disegno costituisce un mezzo di espressione e di comunicazione per il bambino, fornendo a chi ha il compito di educarlo indicazioni talvolta molto utili per rilevare o confermare segnali di malessere peraltro manifesti, più o meno velatamente, anche in altre dimensioni (nello sviluppo ed espressione emozionale, nell’apprendimento, nella socializzazione, in famiglia …). Per poter comprendere e dare la giusta interpretazione a questi segnali occorre innanzitutto conoscere il bambino, ovvero come il cervello del bambino sviluppa la personalità, la coscienza, il comportamento e l’emozione e quali sono gli elementi che favoriscono la sua crescita armonica e quali invece creano blocchi, disagio, deformazioni.

Alla nascita, ogni bambino rappresenta un meraviglioso progetto da realizzare: in assenza di patologie o danni organici, il suo cervello è uno strumento perfetto che egli ha a disposizione per conoscere sé stesso e l’ambiente in cui vive, prendere coscienza delle proprie potenzialità, svilupparle gradualmente e dar vita ad un Io cosciente capace di esprimere amore, saggezza, armonia e contribuire all’evoluzione sia personale che della società.

L’Io cosciente del bambino dovrebbe essersi sviluppato e consolidato già nella pubertà: al completamento e alla maturazione sul piano biologico dovrebbe infatti corrispondere il completamento e la maturazione sul piano mentale, con la consapevolezza delle proprie potenzialità e di come poterle esprimere in un progetto di vita dinamico, creativo e costruttivo che gradualmente prende forma.

Nella grande maggioranza dei casi, purtroppo, questa corrispondenza non si realizza: vediamo adolescenti biologicamente maturi ma il cui Io cosciente non ha neanche cominciato a svilupparsi, e questo per mancanza di conoscenze concrete sul percorso evolutivo (psicofisico e spirituale) del bambino e di come l’ambiente lo favorisce o lo inibisce.

Il programma genetico dell’essere umano costituisce un progetto, ma poi è l’ambiente che deve poterne favorire la realizzazione attraverso informazioni che non condizionino il bambino ma che gli permettano di acquisire coscienza e conoscenza di sé e del mondo.

Quando in un bambino non rileviamo uno sviluppo armonico delle sue potenzialità su tutti i piani – emozionale, relazionale, cognitivo, creativo (incluse la capacità di cooperare e risolvere i problemi) – dobbiamo evincere che questo bambino vive in un ambiente che non lo favorisce nel suo sviluppo, non per “colpa”, ma solo per “ignoranza” di quale dovrebbe essere un percorso di crescita armonico.

Pensiamo ad un seme messo nella terra: questo seme avrà la possibilità di germogliare, crescere a dar vita ad una pianta in perfetta armonia con la natura grazie all’aria, l’acqua, il sole e tutti i nutrienti che trova nel terreno. Analogamente, quando un bambino trova intorno a sé un “ambiente fertile”, capace di fornire informazioni che stimolino tutte le funzioni del cervello, aiutandolo a sviluppare al massimo intelligenza, razionalità, sensibilità, emozionalità, capacità percettiva, capacità espressiva, questo bambino veramente diventa geniale, creativo, saggio, perché sono potenzialità previste dal suo progetto genetico.

E’ attraverso le informazioni ambientali che il bambino scopre e prende gradualmente coscienza di sé e del mondo intorno a sé, e per informazioni intendiamo ogni azione compiuta sul bambino, ogni gesto, ogni parola, ogni stato interno del genitore che il bambino avverte anche se non viene espresso apertamente. Ogni informazione viene identificata dal cervello del bambino (in particolare dal suo emisfero destro) in base al suo contenuto sostanziale: una carezza fatta con amore e rispetto per il bambino, così come una parola dolce e armoniosa, danno gioia, serenità, sicurezza, creandogli uno stato di benessere che favorisce l’armonizzazione delle sue funzioni e della sua crescita; uno strattone o un urlo produrranno invece l’effetto opposto, creando una sofferenza che limita la spinta a conoscere, esprimersi e comunicare con il mondo.

L’ambiente deve quindi saper educare il bambino, ed educare vuol dire mettere in condizione di sviluppare coscienza: la coscienza si sviluppa attraverso la conoscenza, e per acquisire conoscenza il bambino deve sentirsi sereno, sicuro di sé e dell’amore che ha intorno. Non chiede altro, ha bisogno solo di un “ambiente fertile”, mentre ogni violenza, prepotenza, colpevolizzazione, punizione, umiliazione che gli facciamo subire è un elemento che va a perturbare la sua serenità, la sua conoscenza armonica di sé e del mondo e quindi lo sviluppo del suo Io cosciente.

Questa premessa è necessaria perché non si tratta di saper interpretare il disegno del bambino o rilevarne elementi indicatori di disagio, si tratta prima di capire il bambino, ma attenzione, il bambino non lo comprendiamo a posteriori attraverso quello che lui ci comunica con il disegno e gli altri strumenti che ha a disposizione, lo comprendiamo a priori conoscendo il progetto che c’è in lui e come questo deve svilupparsi nel rispetto delle sue pulsioni genetiche (dignità, amore, giustizia, libertà): è sulla base di questa conoscenza che possiamo educare il bambino e intervenire su blocchi, paure, deformazioni che ha dovuto sviluppare in risposta a informazioni condizionanti e non utili alla sua crescita.

Educare significa guidare il bambino alla scoperta di sé e del mondo che lo circonda per sviluppare un Io cosciente con cui decidere e sviluppare il proprio comportamento nel rispetto della propria e dell’altrui dignità, ovvero nel rispetto delle pulsioni genetiche di ogni essere umano. Questa è l’educazione, e si fonda su conoscenze scientifiche fornite dalla Neuropsicofisiologia, disciplina che, integrando le neuroscienze, la psicologia e la fisiologia umana, ha permesso di far luce sulle funzioni superiori del cervello, sui meccanismi di difesa e protezione degli equilibri cerebrali, su come dall’attività sinergica dei due emisferi nasce e si sviluppa l’Io cosciente, ovvero quell’individualità in piena sintonia con le pulsioni di dignità, amore, libertà e giustizia, che corrispondono poi ai valori fondamentali espressi nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.

L’Educazione, dunque, forma la coscienza e non condiziona mai.

Che significa condizionare? Significa dare informazioni “chiuse”, nozioni, istruzioni, norme e regole a cui conformarsi senza poterne capire l’utilità reale ai fini della propria vita e della propria crescita, informazioni che il bambino deve mettere in memoria, pena la “non accettazione” o sanzioni di vario genere all’interno del sistema in cui vive.

Di fatto ogni imposizione condiziona il cervello perché lo priva della libertà di ampliare sempre più la propria conoscenza e di sviluppare quello spirito di critica costruttiva e di autocritica che è alla base della libertà mentale e della saggezza, la quale può svilupparsi solo dall’attività sinergica dei due emisferi cerebrali. Solo l’emisfero sinistro può essere condizionato, l’emisfero destro mai perché è geneticamente programmato per identificare la realtà obiettivamente ed oggettivamente, ovvero rilevando lo scopo e le caratteristiche peculiari di ogni elemento della realtà.

L’emisfero destro ci consente una percezione sempre reale della realtà, che spesso poi non sappiamo comunicare perché magari non abbiamo imparato a tradurre a livello logico – razionale ciò che abbiamo percepito a livello emozionale. Ci può essere ad esempio un bambino che dentro di sé soffre per una data situazione, ma non sa esprimerlo razionalmente. L’unico modo di rilevare quella sofferenza è osservare il bambino con amore e con rispetto, ma se le persone non si soffermano a guardarlo negli occhi e a cercare di percepire il suo stato d’animo, non potranno capire la sofferenza o la gioia di quel bambino e certo non potranno intervenire per sbloccare eventuali situazioni che ne limitano una crescita armonica.

La prima fase di sviluppo è una fase meravigliosa in cui il bambino entra in contatto con la realtà: se questa realtà è bella, armoniosa, serena, ricca di amore, le sue potenzialità potranno sbocciare in tutta la loro pienezza, mentre se è una realtà violenta, conflittuale, squilibrata, disarmonica, il bambino verrà “imprigionato” fin dalla nascita con limitazioni, blocchi e sofferenze nello sviluppo della sua personalità.

Osservando un bambino ed entrando in sintonia con lui non sarà difficile comprendere quali carenze ci sono state fino a quel momento nel suo sviluppo, poiché queste carenze emergeranno nel suo comportamento, soprattutto non verbale, e certamente anche nei suoi disegni, per cui ogni disegno va “studiato” e “interpretato” correttamente tenendo dell’evoluzione dell’abilità grafica del bambino e degli elementi maggiormente indicativi di eventuali ritardi o difficoltà nelle varie dimensioni del suo sviluppo.

Quindi il disegno può rilevarsi un utile strumento proiettivo, tenendo però sempre presente che ogni strumento deve essere utilizzato coscientemente, mantenendo quella creatività e quella libertà di percezione che permettono una “lettura” obiettiva ed oggettiva del disegno, senza necessariamente farlo rientrare in rigidi canoni di interpretazione: non sempre un disegno è “spontaneo”, cioè è espressione delle rappresentazioni mentali di un bambino o dei conflitti che egli può vivere dentro di sé, a volte predomina l’elemento imitativo e in quel caso il disegno può essere la riproduzione di un modello che il bambino ha percepito o di un altro disegno che gli è sembrato particolarmente buffo o che comunque ha attirato la sua attenzione. Quindi occorre sempre mantenere quella libertà di percezione e di valutazione cosciente che permette all’insegnante di osservare il bambino in tutto il suo sviluppo, per avere un quadro di insieme in cui collocare correttamente ogni sua manifestazione comportamentale, compresa l’espressione grafica.

Una volta rilevati effettivi elementi di “disagio” – depressione, ansia, paure, aggressività, chiusura, difficoltà relazionali, insicurezza, bassa autostima … - l’insegnante può attuare sempre interventi educativi finalizzati a far prendere al bambino coscienza del problema e a far scoprire a lui gli strumenti per risolverlo e superarlo, riacquistando così serenità, sicurezza e gioia di crescere. Chiariamo bene questo punto perché è di grande importanza.

Abbiamo detto che il cervello si sviluppa in base al tipo di ambiente che lo “informa”, cioè che “informandolo lo forma”, e purtroppo molte delle informazioni che un bambino riceve sono caotiche, conflittuali, disturbanti e limitano il funzionamento sinergico dei due emisferi cerebrali andando ad inquinare il sinistro e “isolando” il destro nella sua percezione libera, obiettiva ed oggettiva della realtà, che però non sempre può comunicare al sinistro per i blocchi prodotti dalle informazioni condizionanti.

Sono condizionanti tutte quelle informazioni che vengono memorizzate, molto spesso inconsapevolmente, in modo passivo e acritico, che vengono subìte senza potersi “difendere”, ovvero senza poterle identificare, comprendere, valutare ed eventualmente rifiutare. E di questo tipo di informazioni ne giunge un’infinità nel cervello di un bambino: da un conflitto o una situazione di sofferenza che percepisce inerme all’interno della propria famiglia, a messaggi televisivi troppo spesso banali, fuorvianti e diseducativi, alle immagini sempre più invasive di cartoni animati di pessima qualità e di videogiochi ancor più dannosi …

Queste informazioni dissociano il bambino, gli inducono ansie, paure, alterazioni nella percezione, ma nonostante ogni forma di “inquinamento” che si riversi nell’emisfero sinistro, l’emisfero destro rimane sempre libero e sviluppa una sua coscienza dell’ambiente, anche se in un dato momento non può comunicarla, e l’adulto ha sempre la possibilità, con i giusti strumenti, di riarmonizzare l’emisfero sinistro attraverso ciò che il bambino ha percepito con l’emisfero destro, riportando così il bambino in armonia con sé stesso, liberandolo da blocchi e paure, correggendo le deformazioni che si erano instaurate e riaprendogli la strada per lo sviluppo delle proprie potenzialità e del proprio Io cosciente.

Come si può realizzare, in pratica, questo percorso?

Lavorando su due fronti:

  • Fornire informazioni “universali”, identificabili sia dall’emisfero destro che dal sinistro, che stimolino la coscienza del bambino.

Sono tutte quelle informazioni che valorizzano il bambino come essere umano nella sua immensità, che ne valorizzano la dignità facendogliela percepire emozionalmente sottoforma di amore e di gioia: ogni bambino dovrebbe poter crescere sentendosi amato, sentendo che la sua nascita è stato un “regalo” per chi ha vicino, sentendosi rispettato e valorizzato indipendentemente da quello che fa. Un bambino che si sente amato totalmente e senza condizioni, che si sente rispettato, che sente che la sua vita è importante è come quel seme di cui parlavamo prima, un seme che può crescere in un terreno fertilissimo, e l’amore che diamo al bambino è il nutrimento più completo che possa esistere per crescere bene, cioè per acquisire autonomia, sicurezza, autostima e sviluppare gradualmente coscienza e conoscenza di sé e dell’ambiente.

  • Positivizzare le esperienze “negative”, aiutando il bambino ad acquisirne consapevolezza e a trasformare la sofferenza ad esse legata in conoscenza utile alla sua crescita.

Abbiamo detto che i condizionamenti si sviluppano nell’emisfero sinistro, dove rimangono anche le memorie di dolori, sofferenze, angosce e ansie: ogni esperienza resta archiviata come un file in un computer, è registrata nella memoria, e ogni volta che viene rievocata il bambino (ma lo stesso vale per ogni persona, indipendentemente dall’età) rivive la stessa sofferenza, ansia o paura che ha provato la prima volta.

Per liberare il bambino da queste “memorie”, bisogna lavorare sul problema ogni volta che emerge, aiutandolo a comprendere come si è generato, a comprendere che in quel momento le cose non potevano andare diversamente anche per le difficoltà e i limiti degli altri, a comprendere che ciascuno ha dei problemi e può sbagliare, qualunque età abbia, sia bambino che adulto …

Insomma occorre lavorare sul problema per aiutare il bambino ad ampliare la sua comprensione delle situazioni e cercando di trarne un insegnamento, facendogli capire che da tutto ciò che accade possiamo imparare molto e diventare sempre più “ricchi” di conoscenza e saggezza (e usiamola pure questa parola così “impegnativa” con i bambini, perché veramente se crescono liberi di percepire la realtà ed esprimere man mano il loro grado di conoscenza e consapevolezza sono “saggi”!). In tal modo riusciremo a positivizzare le situazioni e le esperienze vissute negativamente dal bambino, liberandolo da ansie, paure, sofferenze e memorie che altrimenti farebbero da padrone, automaticamente, dentro di lui, con esclusione della sua coscienza.

Ciò che è fondamentale è dare coscienza ai bambini, rendere giustizia alla verità di ciò che percepiscono e vivono. Non preoccupiamoci di difendere “il ruolo” dell’adulto, perché se un adulto sbaglia nei confronti di un bambino – padre, madre, insegnante o chiunque sia – deve poterlo ammettere e “scusarsi”, rimettendo così in positivo un situazione. Il bambino, con il suo emisfero destro, percepisce “la verità” di una situazione e, se la spiegazione che gli diamo è in contrasto con la sua percezione, creiamo conflitto, confusione e disarmonia dentro di lui.

Cerchiamo quindi di mettere il luce la verità e che ognuno si impegni ad evitare di lanciare sui bambini “proiettili” o messaggi squilibrati, che ognuno assuma la responsabilità delle proprie azioni sui bambini, perché loro assorbono tutto. Non nascondiamo la verità ad un bambino, altrimenti la nasconderà anche lui, quindi se volgiamo che la sua personalità si sviluppi armonica, rendiamogli giustizia, facciamogli comprendere l’oggettività e l’obiettività delle informazioni.

Non difendiamo o non neghiamo mai gli errori che commettiamo sui bambini, perché a loro facciamo un danno enorme: se, ad esempio, perdo la pazienza e mi arrabbio con mio figlio, devo ammettere che ho sbagliato, perché arrabbiarsi è oggettivamente ed obiettivamente sbagliato, posso spiegare le mie motivazioni, dirgli che in quel momento ero stanco, che avevo tanti problemi per la testa e ho perso la pazienza …

Del resto siamo tutti “umani” e nessuno è perfetto, tutti siamo al mondo per crescere ed evolverci, bambini e adulti, e questo dobbiamo ricordarcelo sempre per trasmetterlo poi ai bambini.

Non dobbiamo avere paura di perdere la nostra “autorità” nei loro confronti, perché rendendo giustizia alla verità, noi acquisiamo autorevolezza e ci guadagniamo la fiducia e la stima dei bambini, in quanto il loro emisfero destro sente e percepisce correttamente e non si fa “ingannare” da parole, scuse e giustificazioni lontane dalla verità.

In questo modo saremo un esempio di vita per il bambino, perché i concetti e i valori che gli trasmettiamo li viviamo e li testimoniamo noi in prima persona.

Il bambino deve poter crescere sereno, sicuro dell’amore che riceve e che trasmette, cosciente e consapevole del fatto che la sua vita è importante e che lui è unico e irripetibile. E questo discorso riguarda ognuno di noi: acquistiamo tutti coscienza e consapevolezza della nostra unicità, ognuno di noi è unico e irripetibile, quindi non perdiamoci in discussioni sterili e polemiche con gli altri, non invischiamoci in gelosie, invidie, confronti sociali, ma riconosciamoci ciascuno in sé stesso, nel proprio valore di essere umano, autonomo, con un proprio progetto di vita da realizzare continuando a “crescere”. Una persona che si riconosce in sé stessa è libera di comunicare con gli altri, perché con gli altri scambia la propria energia, la propria visione delle situazioni, dialoga costruttivamente e non ha più bisogno di competere con nessuno.

La competizione con gli altri non ha alcuna ragion d’essere, ciascuno sia sé stesso e abbia consapevolezza di sé. Non è con gli altri che dobbiamo competere, semmai con noi stessi: impariamo ad amarci, a riconoscerci in noi, ad amare la vita che si esprime e si realizza in noi, a scoprire la vita in noi stessi.

Scopriamo il significato e il valore della nostra dignità ed amiamola, scopriamo il senso della nostra esistenza e cominciamo a gestire la nostra vita giorno per giorno, facciamo progetti concreti e realizziamoli, ma facciamoli su noi stessi, contando sulle nostre forze e la nostra volontà di realizzarli, perché se contiamo su altre persone o facciamo progetti su altre persone, questi sono già falliti in partenza, quindi contiamo su di noi e fidiamoci di noi stessi più che di chiunque altro. Diamo valore alla nostra vita e alla nostra individualità, impariamo a conoscerci sempre meglio, valorizzando i nostri “pregi” e superando i nostri “limiti”. Più conosciamo noi stessi, più riusciremo a capire gli altri e ad essere liberi dagli altri, liberi da dipendenze, liberi dal giudizio, liberi da aspettative.

Siamo noi che dobbiamo gestire la nostra vita senza crearci aspettative sugli altri, per quanto vicini possano essere, perché le aspettative generano sempre delusioni. Con gli altri possiamo stabilire sintonie, verificare i rispettivi obiettivi e cooperare per la loro realizzazione, comunicare e dialogare costruttivamente imparando ad integrare posizioni diverse e rispettarle, possiamo anche decidere di realizzare insieme dei progetti di vita, ma insieme vuol dire ciascuno con la propria individualità e la propria autonomia e con la consapevolezza della propria unicità.

Impariamo a distinguere l’affetto dall’amore: l’affetto è spesso un condizionamento che si alimenta di consuetudini, istintività, legami, senso di possesso e di appartenenza, e può venir meno del tutto quando si entra in conflitto, quando ci si sente contestati o attaccati, quando non ci si sente capiti dall’altro e si finisce con il chiudersi sempre di più diventando come estranei.

L’amore fa parte di una dimensione completamente diversa: è una pulsione genetica che nasce con il bambino come ricerca di piacere evolvendo gradualmente in una sensazione di immensità che ci fa sentire il valore della Vita, che ci fa apprezzare l’armonia e desiderare di ricrearla intorno a noi, che ci permette di sentirci in sintonia con la Natura e le sue leggi, che ci spinge a desiderare e a ricercare la soluzione dei problemi che attanagliano le persone e le società, che ci spinge a desiderare la libertà e l’autonomia degli altri, a partire dai figli, e l’espressione delle loro potenzialità, la loro espressione unica e creativa.

Mentre l’affetto è istintivo, l’amore è cosciente e la capacità di amare è proporzionale al proprio livello di coscienza: più sentiamo in noi il valore della nostra vita e più amiamo il progetto che in noi si sta realizzando, più riusciamo ad amare la vita e il progetto racchiuso negli altri e a desiderarne l’espressione e la realizzazione. L’amore vuole creare amore, perché chi lo ha scoperto in sé non può non desiderarlo anche per gli altri. E’ questo amore che dobbiamo far sentire al bambino da quando nasce, per permettergli di percepirlo, viverlo, amarlo e ricrearlo intorno a sé.