dna cervello coscienza consapevolezza educazione
dna cervello coscienza consapevolezza educazione
International Society of Neuropsychophysiology DNA cervello coscienza consapevolezza educazione
International Society of NeuropsychophysiologyDNA cervello coscienza consapevolezza educazione

LA NATURA UMANA E IL DIRITTO POSITIVO

di

Michele Trimarchi

 

     Le aspirazioni di giustizia e di libertà dell’Uomo risiedono in una forma di “coscienza antica” che possiamo definire genetica. E’ infatti il programma genetico umano che da millenni promuove la vita negli esseri donna e uomo e quindi l’evoluzione dei popoli. Il tempo e lo
spazio regolano gradualmente da milioni di anni il divenire di una coscienza capace di contenere le potenzialità del programma genetico che nella filogenesi umana rende giustizia alla vita. Il diritto naturale, dunque, affonda le sue radici nelle leggi fisiche dell’Universo agenti sul nostro Pianeta nel quale tutta l’energia, esprimendo le potenzialità intrinseche contenute nella materia, ha dato vita a sistemi sempre più complessi che si sintetizzano oggi nelle funzioni fisiologiche dell’Uomo. Ecco dunque delinearsi una storia che tutte le scienze dovranno conoscere e considerare, se non vorranno continuare a perpetrare errori che ostacolano la qualità della vita e dell’evoluzione del processo che motiva la nostra presenza tangibile su questo infinitesimale punto dell’Universo (Pianeta Terra), di cui l’evoluzione umana è parte integrante. La società umana dunque non può prescindere dal rispetto che deve alle leggi fisiche naturali di cui, tra l’altro, deve prendere ancora piena coscienza,
poiché la salute, il benessere, la giustizia, la libertà sono regolati da tali leggi, le quali promuovono una coscienza politica da cui prendono forma le leggi che regolano la convivenza sociale e l’autodeterminazione di gruppi intesi come nazioni.
La natura umana è
parte integrante dell’ecosistema biologico e biofisico, per cui essa ha in sé un linguaggio universale che possiamo identificare nel linguaggio chimico – fisico che promuove quello genetico che, a sua volta, dà vita a quello umano. Come si può constatare ogni forma di comunicazione avviene senza interruzioni con una serie di codificazioni strettamente legate al sistema fisico ricevente – trasmittente. In tutto ciò la moneta di scambio è l’energia che cambia continuamente forma mantenendo intatta la propria sostanza. L’evoluzione culturale dei popoli è un processo che tende a rendere protagonista la coscienza dell’Uomo. Infatti il programma genetico insito nell’Uomo crea una serie di pressioni e pulsioni primarie sull’individuo, il quale deve muoversi nello spazio e nel tempo interagendo costantemente con l’ambiente, dal quale trae nutrimento psicofisico che a sua volta rielabora e trasmette all’ambiente stesso. Quindi l’ambiente condiziona lo sviluppo dell’Uomo informando e
formando il carattere, il comportamento e la personalità degli esseri umani i quali, a loro volta, producono risposte comportamentali tendenti a soddisfare i bisogni fisiologici primari e successivamente quelli indotti dall’ambiente informazionale. Eccoci dunque a tracciare le linee programmatiche di una ricerca scientifica a misura d’Uomo, per dar vita ad una cultura universale che sia sintesi di una storia “infinita”, come di fatto è l’Uomo nella sua sostanza energetica. Quel che è certo è che la storia scritta e tramandata non rende giustizia a tutti gli esseri umani ed all’ambiente, poiché lascia dei vuoti conoscitivi di tutte quelle vite vissute che hanno inciso fortemente sugli eventi evolutivi del Pianeta. Tali vuoti conoscitivi possono oggi essere in parte riempiti di contenuto, se si considera la centralità dell’Uomo nel suo rapporto con l’ambiente, traendo i significati profondi insiti nella enunciazione dei Diritti Umani sanciti dall’ONU fin dal 1948. Anche se il carattere giuridico di tale enunciazione non è obbligatorio per le nazioni, riveste comunque senso di obbligatorietà per le coscienze
democratiche che sono poste alla guida delle nazioni stesse. Ed infatti molti principi sono stati recepiti dalle varie costituzioni, producendo una serie di effetti sullo sviluppo delle popolazioni. Tuttavia notiamo che un passaggio sfugge ancora alle scienze giuridiche, ossia che l’Uomo è un’entità dinamica e integrata e la commissione di un reato non lo depriva della sua dignità, poiché essa è parte integrante dell’essere nella sua globalità. Pertanto vanno sempre e comunque ricercate le cause che hanno indotto l’individuo a commettere azioni considerate dal diritto reati, e lo Stato ha il dovere di rimuoverle senza venir meno ai principi costituzionali. La maggior parte delle Costituzioni democratiche riconoscono dunque i Diritti fondamentali dell’Uomo: il diritto alla vita, all’autodeterminazione, alla libertà, alla salute, ecc. Lo Stato quindi dovrebbe garantire ad ogni cittadino una vita serena, scevra da ogni forma di discriminazione, di sofferenza, di competizioni negative, di violazione della sua libertà. Molti affermano che tutto ciò è utopia, ma se così fosse, le Costituzioni e i loro contenuti non sarebbero legittimamente validi e il diritto perderebbe di significato. Quindi i principi costituzionali non sono utopici ma vanno concretamente realizzati e garantiti dallo Stato. Le vere disfunzioni, semmai, vanno ricercate in quelle funzioni statuali preposte a garantire quanto sopra espresso: la scuola, l’università, la ricerca
scientifica, gli apparati giudiziari, ecc. Se i cittadini fossero realmente consci delle garanzie che lo Stato deve loro, essi denuncerebbero innanzitutto la scuola, poiché il più delle vote robotizza i ragazzi e crea devianze di varia natura, danneggiando fortemente la “formazione” di una coscienza umana e sociale a cui l’individuo avrebbe diritto. In questo caso scopriremmo con un’indagine approfondita che la qualificazione della maggior parte degli insegnanti non è idonea alle funzioni statuali assegnate loro. Le Università non favoriscono l’espressione delle potenzialità creative umane, ma condizionano sempre più ad assimilare nozioni che il più delle volte si perdono con l’acquisizione delle laurea. Al contrario, le Università dovrebbero favorire la ricerca creativa, l’autocritica e l’universalità di valori, per creare uomini in grado di realizzare i principi costituzionali, pianificandoli per la società in maniera tale che ogni essere si possa riconoscere e sviluppare nel contesto sociale di cui fa parte senza essere costretto a soffocare la propria dignità con compromessi continui che lo alienano nella sua sostanza umana. La giustizia in via di principio dovrebbe essere giusta, ma non è tale se l’essere umano non si riconosce in essa. Se è vera l’affermazione di Cristo (il quale è morto sulla croce per testimoniare quanto ha affermato): “chi è senza colpa scagli la prima pietra”, dobbiamo riconoscere che ogni essere umano impara dalle esperienze, dall’educazione e soprattutto dagli errori. La giustizia dovrebbe somministrare all’individuo la coscienza dell’errore commesso più che una punizione che il più delle volte viene rifiutata dall’individuo odiando coloro che agiscono in nome della giustizia stessa. Semmai la comprensione dell’errore compiuto può creare “pena” nell’individuo per aver commesso reati. Lo Stato, dunque, se vuole rendere giustizia al cittadino, non deve tanto somministrare coercizioni, ma deve prevenire, con un’educazione appropriata, i reati dando al cittadino la possibilità di comprendere il perché esistono ricchi e poveri, deboli e potenti, sani e malati e, soprattutto, perché nasce e muore. Vi sono dei meccanismi nelle strutture cerebrali umane che spingono l’individuo a difendere quanto ha acquisito mnemonicamente con le sue esperienze; tali difese vengono esercitate con la cultura acquisita e il grado di coscienza raggiunto dall’individuo: qualsiasi azione egli compia, per lui è sempre motivata e tale motivazione gli “dà ragione”. La giustizia dovrà tenere conto di tali meccanismi per cui il giudice, se vuole essere “peritus perito rum”, dovrà arricchire la sua conoscenza entrando in quei campi dello scibile che riguardano la fisiologia umana, la quale dovrà essere descritta dalle Scienze Integrate , per porre in evidenza lo sviluppo di una personalità corretta che, come si potrà constatare, dipende da due fattori fondamentali: 1) il programma genetico che controlla ogni attività biologica del cervello umano; 2) tutto l’ambiente informazionale, il quale va a modellare dinamicamente la personalità. Qualsiasi forma deviante della personalità dipende da quanto le informazioni esterne favoriscono o inibiscono o distorcono
l’espressione delle potenzialità genetiche insite nel cervello. Questi sono studi che riguardano particolarmente le scienze giuridiche, in quanto l’imputabilità dell’individuo dipende dalla capacità di intendere e di volere e nessun essere umano “può” volere se non gli si creano motivazioni corrette in sintonia con le pulsioni del proprio programma genetico. La maggior parte dei reati è da attribuire all’ignoranza che si ha della legge e laddove si conosce
la legge, non sempre la si condivide perché essa vuol spesso condizionare la natura umana limitandola in spazi troppo angusti per certe forme di evoluzione mentale. Il programma genetico umano, dunque, legittima il diritto naturale, la dignità della persona, la libertà, il desiderio di giustizia, il diritto alla vita. Il diritto positivo trova le sue radici nel diritto naturale e di conseguenza nel “genoma umano”. L’evoluzione dei popoli progredisce gradualmente verso la realizzazione di leggi e regole di vita sociale sempre più confacenti al diritto naturale. Lentamente si rimuovono i confini geopolitici per far si che l’essere umano possa accrescere i suoi spazi di libertà. E’ ovvio che una maggiore coscienza dei cittadini li rende più rispettosi della libertà degli altri. Nessuna nazione apre volentieri i propri confini a cittadini di altre nazioni che non abbiano raggiunto lo stesso grado di civiltà, economico, ecc. Tutto ciò rientra in meccanismi evolutivi che mirano “egoisticamente” a “migliorare” le proprie condizioni sociali troppo spesso a scapito di quelle degli altri. Gli “accordi” giuridici internazionali nascono purtroppo da interessi reciproci fra le nazioni, tendenti in qualche modo a favorire economicamente entrambe, poiché nessuna nazione è disposta a cedere altruisticamente qualcosa senza un reale ritorno. Da tutto ciò appare lampante che i Diritti Umani nei loro fondamenti sono rimasti un po’ sulla carta, per cui nelle scuole, nelle Università, negli apparati giudiziari e nella scienza, non hanno acquisito il pieno titolo dovuto loro dall’adesione politica di tutte le nazioni. E anche se le Costituzioni li hanno in parte recepiti nei loro ordinamenti giuridici, di fatto la vita sociale delle nazioni stesse li nega quasi nella loro totalità. Si vedano a tale proposito le varie indagini prodotte dalle Nazioni Unite sullo stato generale del Pianeta e sull’evoluzione dei popoli: degrado sociale e ambientale in aumento, criminalità crescente, l’uso di droghe in ascesa e nell’ambito sanitario aumento di malattie iatrogene, per abuso di farmaci, ecc. Non credo comunque sia necessario ormai elencare ulteriormente dati che vengono riportati ogni giorno dai quotidiani e che quindi sono alla portata di tutti. Per converso vediamo l’arroganza di uomini nell’ambito della comunità scientifica che continuano a imporre metodi ampiamente sperimentati e obsoleti, i cui risultati sono riconoscibili dalla mancanza di soluzione ai problemi umani e sociali. Tutti vantano successi nella ricerca scientifica, ma i problemi non si risolvono e purtroppo se ne creano sempre di nuovi. E allora chi deve risolverli? I politici o gli scienziati? Il fine dell’Uomo politico è quello di soddisfare i bisogni fondamentali della società e di rendere giustizia ai singoli cittadini. Ma come può l’Uomo politico adempiere alle sue funzioni se la scienza non gli dà gli strumenti? Quindi in questo caso è la scienza la maggiore responsabile della situazione in atto. Le sue “formule magiche” non danno al politico la possibilità di risolvere i problemi, per cui le scienze devono rivedere i loro metodi di ricerca e porre l’Uomo al centro dei loro studi, poiché la ricaduta di ogni risultato scientifico, in ultima analisi, è sempre sull’Uomo. Per converso vediamo che la maggior parte delle discipline scientifiche vengono asservite dalle industrie per la continua ricerca di nuovi prodotti e nuovi strumenti tecnologici per la competizione dei mercati internazionali finalizzati al profitto e non al benessere dell’Uomo. Cosa possono dire le scienze giuridiche dell’Uomo? Nulla o quasi nulla, poiché esse continuano ad elaborare norme, leggi, con un sistema tecnico pseudo – scientifico che esclude a priori la fisiologia umana. La vita nelle sue molteplici forme è globale e non può essere ridotta ad una regola o ad una legge senza tener conto del dinamismo dell’interdipendenza di tutte le situazioni in cui l’essere umano vive costantemente. La nostra proposta è un nuovo metodo che utilizza la pluridisciplinari età delle scienze per ricomporre un mosaico dinamico in cui sono sempre presenti, da protagonisti, la donna e l’uomo con i loro “ruoli” fisiologici, neuropsicologici, sociologici. Tale mosaico permetterà soprattutto allo studioso di scienze giuridiche di integrarsi con una politica capace di rendere giustizia al programma genetico dell’Uomo, senza il quale nulla ha
senso,e quindi non siamo legittimati in nessuna funzione sociale se essa non favorisce l’evoluzione umana verso una coscienza individuale e collettiva, in cui il rispetto dei Diritti fondamentali dell’Uomo deve essere il normale comportamento di tutte le funzioni statuali, pubbliche e private.

(luglio – agosto
1988)