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International Society of Neuropsychophysiology DNA cervello coscienza consapevolezza educazione
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Corte Suprema di Cassazione

C.E.U. – Centro studi per l’Evoluzione Umana

I.P.V. – Ius Primi Viri

 

 

Data la rilevanza dei contenuti, pubblichiamo:

  • la Presentazione del Prof. Michele Trimarchi
  • l’Introduzione del Presidente Dott. Antonio Brancaccio
  • la Prolusione del Prof. Michele Trimarchi

 

tratto dagli

 

ATTI

della Giornata di studio sul tema:

 

FISIOLOGIA DI UNO STATO DEMOCRATICO:

COMPARAZIONE TRA DIRITTO POSITIVO E

REALTA’ CONCRETA

Aula Magna del

Palazzo di Giustizia

Roma, 16 Maggio 1992

 

 

 

 

PRESENTAZIONE

 

Lo Stato è un organismo vivente e la “scienza politica” deve conoscerne la fisiologia altrimenti le disfunzioni incrementano i livelli di entropia.

E’ risaputo che un organismo “vive” in funzione di un ordine dinamico in cui ogni costituente deve svolgere la propria funzione.

All’interno della democrazia il potere deve incarnare il servizio funzionale a garanzia dei fini fisiologici di uno Stato e promuovere benessere ed evoluzione delle coscienze per tutti i cittadini.

Questo volume vuole offrire spunti di riflessione per una concretizzazione di quei valori costituzionali che formalmente rendono giustizia alla dignità umana ma sostanzialmente non hanno ancora avuto quell’attuazione progettuale auspicata dai Padri fondatori della democrazia.

Scienza e coscienza, dunque, sono indispensabili affinché la centralità dell’uomo diventi espressione dei fini per cui uno Stato ha la sua ragion d’essere.

 

Prof. Michele Trimarchi

(Presidente C.E.U. – I.P.V.)

INTRODUZIONE

Presidente Dott. Antonio BRANCACCIO

 

Autorità, Signore e Signori,

anche a nome del Centro studi per l’Evoluzione Umana e dell’Associazione Ius Primi Viri, sono lieto di portarVi il nostro saluto ed esprimerVi il nostro ringraziamento per aver accettato l’invito a partecipare a questa giornata di studio e di riflessione.

La realtà etico - politica attuale ci presenta un mondo inquieto, in fermento, troppo spesso in stato di guerra aperta. Un mondo che, anche per effetto dell’influsso enorme dei mass – media, è diventato troppo piccolo per consentirci un rifugio in spazi di respiro pacifico. Al tempo stesso è un mondo troppo grande perché l’impegno dei singoli e dei gruppi possa contare sulla possibilità di conseguire successi sufficientemente e adeguatamente soddisfacenti. Eppure bisogna cercare di uscire da questa situazione anzitutto dicendo “no” allo scetticismo, dicendo “no” alla protesta sterile e, a maggior ragione, dicendo “no” in quella protesta che si risolve in un gioco al massacro. Si grida troppo e si propone poco mentre invece mai forse come in questa stagione abbiamo bisogno di progetti, abbiamo bisogno di proposte. Credo che prioritaria sia l’esigenza di darsi un metodo. Ponendosi su questa strada va privilegiato anzitutto l’approccio culturale. Questo approccio giustifica del resto il pullulare di iniziative che sono sorte e vanno sorgendo nelle più diverse sedi per sviluppare in discorso approfondito sulle cause della crisi che attraversiamo e sui rimedi per cercare di superarla. Particolarmente significative sono le iniziative che si svolgono a livello istituzionale. Esse vanno accolte come segno di raccordo fra comunità civile e paese formale in uno sforzo di ricomposizione di quella divaricazione che purtroppo si constata nella realtà affermantesi in modi sempre più allarmanti, in tutti i settori di comune interesse. Tra queste iniziative, mi piace ricordare qui, per una specie di collegamento ideale che vedo fra essa e la nostra, l’iniziativa del Ministero dell’Interno costituita dalla Conferenza Nazionale Permanente sulla Cultura della Legalità svoltasi, credo, negli ultimi mesi dello scorso anno. In questo movimento di idee che tocca la problematica di fondo del primato della legalità in uno Stato democratico e delle effettività del diritto, la Corte di Cassazione, voluta dalla Costituzione e dalla Legge come organo supremo di custodia della legalità democratica e di garanzia delle effettività sul diritto, pur consapevole dei suoi limiti – limiti istituzionali che non le consentono di esprimersi se non con sentenze, con pronunce e su problemi particolari – si inserisce a pieno titolo per recare un contributo di orientamento e di equilibrio. Da ciò il nostro consenso, il consenso della Corte a questa iniziativa.

Il tema “Fisiologia di uno stato democratico: comparazione tra diritto positivo e realtà concreta” indubbiamente di straordinaria ampiezza. Dovremmo cominciare ad occuparci del concetto di stato democratico che affatica da oltre 25 secoli filosofi e politologi e dovremmo spingerci all’analisi teorica e pratica di tutto il materiale giuridico e sociologico significativo per la comparazione fra diritto positivo e concreta realtà per interrogarci alla fine sul complesso intrigo delle cause e dei rimedi concernenti la crisi che certamente emergerebbe dalla comparazione. Compito immane che certamente non possiamo affrontare in questa sede. Qui si procederà per scorci, come del resto risulta anche dal titolo della relazione così come Vi è stato indicato sull’invito che avete ricevuto ed è indicato sul manifesto. A me, poi, tocca un compito ancor più limitato. Io mi potrò permettere soltanto qualche cenno o qualche notazione.

Stato democratico: credo che anche la storia recente dimostri quanto sia equivoco il termine “democrazia”. Termine che per oltre un cinquantennio abbiamo sentito denominare e forse lo sentiamo ancora denominare e nominare per indicare realtà istituzionali completamente opposte. Ma la questione non è nominalistica. Ciò significa che occorre interrogarsi sul contenuto che può e deve assegnarsi a questo termine.

L’analisi dei contenuti assegnati alla democrazia potrebbe condurre ad affermare che si tratta di concetto relativo, non di concetto assoluto, cioè di concetto da definire in relazione alla situazione storica data. Tuttavia quando il termine è usato senza intento mistificatorio come purtroppo spesso non avviene, in esso è rilevabile una costante formale. La democrazia è il regime statale in cui la libertà trova la sua massima espressione sia nel momento in cui si pongono le condizioni della vita comunitaria, sia in quello in cui questa vita si svolge. Questo collegamento tra democrazia e libertà conduce ad affermare che lo sviluppo della democrazia è strettamente collegato alla capacità di libertà. Sono davvero fuorvianti quelle polemiche che spesso incontriamo tra coloro che sono sostenitori dello stato autoritario e dello stato democratico in base ad una contrapposizione manichea dovuta alla bontà o alla cattiveria degli uomini: buoni sono i democratici, cattivi sono gli autoritari. In realtà lo stato democratico e lo stato autoritario misurano la loro affermazione sulla capacità di libertà di un popolo. Quanto più si è capaci di essere liberi tanto più si può essere democratici e si possono avere istituzioni democratiche. Quanto meno si è capaci di essere liberi tanti più si hanno istituzioni autoritarie o comunque un assetto autoritario. Tant’è vero che molte democrazie che notoriamente hanno ordinamenti formali democratici in realtà sostanzialmente sono più autoritarie di altri stati invece che sono definiti istituzionalmente come autoritari.

Libertà: ma che cosa deve intendersi per libertà? Domanda storica, dalle risposte molteplici e difficili. Qui mi pare che per libertà debba intendersi l’area in cui si incontrano, completandosi, diritti e doveri. Cioè la libertà è il terreno su cui la persona umana esprime la sua capacità, la sua potenzialità di affermarsi come tale nel rispetto dell’altrui persona umana. Ecco perché la complementarietà dei concetti di diritto e di dovere ed ecco perciò la sterilità di una certa cultura la quale è tutta informata a sottolineare i diritti e poco attenta invece a considerare i doveri. Nella psicologia della libertà vi è un momento cognitivo rappresentato dalla perfetta conoscenza sia dei diritti come dei doveri. E’ un momento pratico, operativo in cui il diritto viene esercitato nei limiti segnati dai doveri e i doveri vengono adempiuti non perché imposti dall’esterno – questo è ben chiaro nella cultura anglosassone, soprattutto, mi ricordo Tocqueville in questo momento – ma perché corrispondenti ad una convinta scelta autonoma.

Non si contraddice all’autonomia del processo di sviluppo della libertà se si afferma che per essa o per esso sviluppo è essenziale la legge. La legge svolge una duplice funzione: all’esterno garantisce questo sviluppo, all’interno indica i modelli di comportamento elaborati in base alle esperienze e alle esigenze della vita in comune, che costituiscono i necessari referenti per orientarsi nelle scelte di libertà.

Il collegamento fra legge, libertà e democrazia come sopra indicato giustifica il primato del diritto e della legalità dello stato democratico. Da ciò è facile dedurre la crisi del diritto e della legalità attenta alla stessa esistenza della democrazia. La comparazione tra diritto positivo e realtà concreta del nostro paese denuncia una paurosa crisi della legalità. Qui posso procedere soltanto per sommarie e, per verità, anche generiche esemplificazioni.

Vediamo a livello costituzionale: a livello costituzionale possono aprirsi due prospettive. Da una parte c’è la Costituzione inattuata, sia a livello istituzionale, quando si pensa alla difficoltà di comporre i conflitti tra le istituzioni, quando si pensa alla in attuazione del canone costituzionale che vuole che la scelta dei ministri sia operata dal Presidente del Consiglio dei Ministri, come anche a livello dei diritti civili e politici. Basti pensare come è rimasto praticamente inattuato il diritto al lavoro che pure è un diritto fondamentale, previsto nella Costituzione e quanta difficoltà ancora oggi, pur con i congressi che si sono fatti, trova per affermarsi il principio di eguaglianza.

Sotto un secondo aspetto abbiamo invece, come uno dei momenti della crisi del sistema, l’eccesso di costituzionalizzazione, cioè vale a dire la facilità con la quale di fronte all’esigenza di regolare un comportamento concreto, che non è regolato da una legge ordinaria – o che è regolato in un certo modo da una legge ordinaria che però non trova soddisfazione in questo o quel soggetto, in questo o quel gruppo – si tende a ricorrere ai dispositivi elastici della Costituzione che, secondo la prospettiva individuale o di gruppo, possono essere più comodi a regolare certi comportamenti. L’eccesso di costituzionalizzazione può essere un motivo di crisi perché il dispositivo costituzionale – non voglio, per la verità, neanche lontanamente reintrodurre il discorso tra norme programmatiche e norme precettive e la loro differenza – ma certo è che il dispositivo costituzionale può non essere idoneo a regolare una situazione direttamente, avendo bisogno della intermediazione della legge laddove può accadere invece che la regolamentazione diretta ad opera della Costituzione avvenga attraverso una elasticità, attraverso una considerazione assai ampia degli elementi di giudizio che si risolvono in un danno piuttosto che in un bene.

A livello del Diritto Amministrativo abbiamo la puntigliosità dell’enorme normativa in materia e la pratica della sua larga in applicazione. Basti pensare a quello che è il disastro che si va costituendo nel campo ecologico e correlativamente nel campo edilizio. A livello del Diritto Penale – dico cose quasi banali - abbiamo la caduta di ogni capacità o per lo meno di gran parte della capacità di reazione del sistema nei confronti del delitto. A livello di processo penale abbiamo la crisi del processo penale e così via.

Quali sono le cause di questo diffuso divario tra norma e realtà?

Io credo di poter individuare cause di quattro tipi. Anzitutto cause ontologiche: sul piano logico vi è una disomogeneità tra norme e realtà concreta perché mentre la norma è un’astrazione, è un progetto dove l’uomo tenta invano di imprigionare in una formula tutti i possibili comportamenti, la realtà è concreta e per essere concreta è fatta naturalmente di molteplicità e di varietà di atteggiamenti. E’ il dramma di sempre quello di adeguare le norme ai fatti. La norma, pur rivolta a fornire lo strumento alla realtà per poter progredire, al tempo stesso però non può esaurirne tutte le esigenze, tutte le necessità perché ontologicamente è diversa dalla realtà.

Cause ideologiche: le cause ideologiche le cogliamo in quelle norme – e sono tante – che sono espressione di compromesso, non completo, fra due o più ideologie che lasciano all’interprete una possibilità di applicazione alternativa e quindi il conflitto ideologico che la norma avrebbe dovuto comporre lo lasciano risorgere al momento dell’applicazione pratica.

Cause tecniche: il terzo tipo di cause è nell’insufficienza sul piano tecnico della normativa, insufficienza che va ricollegata proprio alla grande quantità di norme, al grande proliferare di norme e anche a cause di carattere soggettivo.

Il quanto tipo di ragioni sta proprio in cause specificamente soggettive e cioè nel limitato sviluppo della maturità della coscienza etico – politica.

Questo divario tra sviluppo civile, sviluppo economico, sviluppo tecnologico e sviluppo della coscienza etico – civile è alla base di atteggiamenti soggettivi in cui si rivela una capacità di libertà. La libertà è sempre condizionata dalla possibilità concreta di dominare cognitivamente e operativamente la realtà che ci circonda.

Dal divario scaturisce l’offuscamento del senso della legalità e siamo quindi in una situazione in cui il cittadino non riesce ad avvertire l’importanza della legge per la funzione che essa ha nel sistema.

Che fare? L’interrogativo “che fare” è un interrogativo storico, si può dire. Lo ha consegnato alla storia per i grandi problemi del suo paese Lenin (come tutto ricorderanno era il titolo di una delle sue opere fondamentali). Lenin coltivò l’illusione di fornire risposte che lenissero le sue ansie nella supposizione di raggiungere traguardi eterni o quasi.

A noi, in questa sede, non è possibile tentare una risposta, tanto meno è possibile in questa introduzione. C’è da augurarsi che provengano degli spunti, degli orientamenti, cioè che la nostra riflessione si inserisca nella riflessione generale su questi temi per un apporto di meditazione, per un apporto che chiarisca i problemi, ma non è certamente qui – sia per la brevità dell’ora, sia per l’occasione – che si possono dare risposte definitive. A me, tutt’al più può essere consentito richiamare qualche canone di carattere generale, collaudato da una riflessione antica, che può servire almeno, come si diceva una volta, a salvare l’anima. Anzitutto occorre arricchire le nostre conoscenze in modo da evitare che un qualsivoglia nostro errore, teorico o pratico, sia dovuto ad ignoranza. In secondo luogo, convincersi che il problema culturale è anche e soprattutto un problema di libertà e ciò vuol dire che, se non è possibile espungere del tutto dai processi di acquisizione culturale i condizionamenti derivanti dai vari idola e soprattutto dai sentimenti e forse anche dalle passioni, occorre avere sufficiente libertà nei confronti di sé stessi per riconoscere questi condizionamenti e assegnare loro il posto che meritano. Terzo: impegnarsi, in ragione del ruolo svolto da ciascuno nella società civile e nel rispetto dei limiti delle esigenze di questo ruolo, in un’azione politica nel senso migliore, che significhi partecipazione, per quanto possibile diretta alla vita democratica del paese, vuoi in posizione operativa, vuoi in posizione di controllo. Quarto: essere consapevoli dei limiti naturali dell’azione individuale e quindi informare questa agli scopi che con essa possono essere raggiunti, senza preoccuparsi dell’eventuale insuccesso dell’azione generale in cui l’azione individuale si inquadra. Insomma, fare quello che si deve, avvenga quello che può avvenire.

Potrei continuare a lungo in questa lettera alla Kipling ma non è opportuno tediare l’uditorio ulteriormente. Avrete già compreso che io, come del resto tanti in Italia e non solo in Italia, riduco il nocciolo del problema ad una questione culturale e morale insieme. La soluzione di tale questione è legata al processo della maturazione civile e politica.

Ragione e sentimento segnano il continuo avanzamento dell’uomo spesso anche dando corpo a quelle che sembravano illusioni o utopie. Anche se la salvezza del nostro paese dovesse sembrare a qualcuno o a molti un’utopia, bene, che ci lascino coltivare questa utopia nella quale celebriamo la nostra fede e la nostra speranza, cioè a dire la nostra dignità di uomini.

Concludendo ringrazio non soltanto i presenti ma anche tutti coloro, Ministri, uomini di cultura, personalità della Pubblica Amministrazione che, non potendo partecipare personalmente, hanno comunque voluto esprimere la loro adesione a questa manifestazione inviando testimonianze del loro apprezzamento per l’importanza del tema trattato.

Do la parola al professor Trimarchi per la sua prolusione.

 

PROLUSIONE

Prof. Michele TRIMARCHI

 

La ringrazio, Presidente Brancaccio, per le parole cariche di ottimismo e di speranza.

Nella mia veste di Presidente del C.E.U. – Centro studi per l’Evoluzione Umana – e di I.P.V. – Ius Primi Viri -, ho il dovere innanzitutto di ringraziare coloro che hanno dato la loro adesione all’iniziativa. Adesione significativa in quanto dovuta ad una sincera partecipazione a tutto ciò che stiamo cercando di offrire come contributo scientifico all’evoluzione politica, sociale ed umana.

Anch’io sono ottimista, Presidente Brancaccio. Mi definisco, però, un ottimista scientifico in quanto ho ravvisato nell’evoluzione umana un processo che tende a concretizzare nel tempo i valori democratici in cui crediamo: sintonizzarsi con tale evoluzione significa ridurre il conflitto sociale ed agire nel rispetto della dignità umana. Oggi vediamo che l’umanità sta passando da grandi dittature a forme di governo sempre più democratiche e questo per noi è parte integrante del processo evolutivo sopra menzionato che “è scritto” nei nostri geni, nei nostri cromosomi ed è regolato da leggi fisiologiche che spingono costantemente l’uomo alla realizzazione di sé stesso. Ognuno di noi con la propria esistenza, con i propri conflitti, con la propria ricerca del vero e del giusto, contribuisce gradualmente alla concretizzazione del grande “progetto” che, fin dalla nascita a livello fisico – biologico, è nell’Uomo e che consiste nel realizzare quel tipo di coscienza democratica intesa come autodeterminazione della centralità dell’individuo umano all’interno di un sistema sociale. Cosa sarebbe il nostro discorso senza l’uomo, senza l’individuo? Nel 1986 nella giornata di studio che abbiamo tenuto in questa sede su “Il giudice nella valutazione della prova”, proposi con una serie di diapositive un metodo multidisciplinare ed integrato per l’approccio alle problematiche giuridiche e sociali, un metodo scientifico poiché nulla esiste per quanto ci riguarda, sul nostro Pianeta, che non sia fisico, biologico, psicologico e “giuridico”.

L’ordinamento giuridico è stato creato dall’attività genetica del cervello umano attraverso quelle pulsioni che ubbidiscono a leggi fisiologiche. E’ su questi aspetti che si incentra il nostro contributo affinché gli imperativi fisiologici, dai quali l’uomo non dipende totalmente, vengano integrati dagli imperativi giuridici che nei loro contenuti sostanziali devono rendere giustizia alle leggi fisiche che regolano la vita dell’uomo e dell’ambiente.

Constatiamo tuttavia che l’uomo ubbidisce poco alle leggi dello Stato e molto alle pulsioni fisiologiche che lo regolano. Ecco perché anche l’uomo della strada a volte, pur non conoscendo le norme giuridiche, offre degli spunti di giusto e di giustizia su cui è doveroso riflettere.

Il tentativo di adeguare l’ordinamento giuridico ai bisogni fondamentali dell’uomo avviene attraverso la presa di coscienza da parte del legislatore dell’esistenza di pulsioni biologiche inequivocabili che spingono l’individuo alla ricerca della giustizia, della libertà sempre finalizzate ad un’equa distribuzione di beni e valori atti ad incrementare la qualità della vita.

Quindi dobbiamo tenere presente che prima dell’imperativo del diritto e della legge esiste un imperativo biologico a cui tutti dobbiamo rispetto e con cui le leggi codificate in norme comportamentali devono integrarsi.

Il diritto visto tecnicamente in astratto non rende giustizia alla realtà umana. La nostra Costituzione ha recepito i principi contenuti nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, principi che per essere efficaci vanno decodificati dalle istituzioni, applicati all’interno della nostra società e nel rapporto tra la funzione pubblica e i cittadino, tra la norma astratta e la realtà concreta.

Ma tutto questo, come ha detto anche il Presidente Brancaccio, si verifica poco e il conflitto individuale e sociale è in aumento. Il motivo di ciò, a mio parere, risiede nel fatto che la norma continua a rimanere astratta mentre il dinamismo della realtà è concreto. A questo punto è necessario introdurre per i giuristi e per i politici un concetto che per noi neuropsicologi è acquisito da tempo e che è di fondamentale importanza per capire come la legge astratta può diventare coscienza del cittadino.

La fisiologia delle funzioni superiori del cervello umano pone in evidenza che l’informazione – sotto forma di norma giuridica, regola di comportamento o di qualsiasi altro genere – diventa attiva (nei suoi contenuti formali e sostanziali) solo quando viene memorizzata nella corteccia cerebrale dell’individuo. Inoltre l’informazione simbolica (parola, frase, nozione, segno) deve richiamare all’interno della neurofisiologia individuale l’utilità sostanziale trasportata dallo stesso simbolo a beneficio del proprio divenire sociale.

In base a questo principio fisiologico dobbiamo chiederci se il cittadino è stato educato secondo i principi della Costituzione o se invece viene bersagliato in tutto l’arco della sua ontogenesi biologica da un caos di informazioni che tendono a far aumentare i livelli di conflittualità intra ed interspecifici.

Il conflitto tra imperativi biologici e sociali è stato fino ad oggi il motore dell’evoluzione socio – politica e culturale dell’uomo. La consapevolezza di ciò obbliga innanzitutto ad una grande trasparenza politica nazionale ed internazionale e ad una progettualità costituzionale ed istituzionale in grado di abolire gradualmente la conflittualità sociale e far emergere con forte determinazione la dignità umana che è già presente nel substrato genetico delle coscienze individuali. Nella nostra Carta Costituzionale possiamo rilevare i principi fisiologici di uno stato democratico in quanto essi riconoscono “pari dignità e diritti” a tutti i cittadini, la libertà individuale e sociale, il diritto all’autodeterminazione, la libertà di espressione, il diritto alla salute, al benessere, alla propria spiritualità, il diritto a nascere e a svilupparsi secondo principi etici che esaltano l’essere dalla nascita alla morte.

Possiamo dire che la democrazia formale è stata integralmente realizzata; ora dobbiamo promuovere tutte quelle azioni necessarie affinché la forma diventi sostanza per dar vita ad una democrazia reale.

Se è vero che la Carta Costituzionale è fisiologica allo Stato democratico e se è altresì vero che esiste per converso una realtà assai lontana dalla fisiologia democratica, non occorre produrre nuove leggi bensì trovare la giusta applicazione di quelle vigenti.

C’è da chiedersi come mai ogni giorno vengono prodotte nuove leggi per tentare di rendere operative quelle preesistenti. Tutto ciò è indice di non chiarezza dei fini costituzionali. La funzione politica, infatti, svolta dal Parlamento, dovrebbe incarnare innanzitutto i principi e i fini dello Stato democratico. Ciò renderebbe meno conflittuale e più produttiva l’attività parlamentare e legislativa del potere politico. Mai come in questo momento si richiede trasparenza dei fini e dei mezzi politici per dare fiducia ai cittadini, visto che in essi e per essi trova legittimazione l’esistenza dello Stato democratico.

Occorre liberarsi da una mentalità oscurantista e medievale per focalizzare l’attenzione sul livello di coscienza democratica raggiunta da tutti i cittadini. La ricerca del potere a tutti i costi nega a priori la conoscenza dei fini della democrazia poiché il potere dovrebbe incarnare la funzione per rendere l’organismo - Stato cooperativo nella realizzazione dei fini.

Per svolgere, dunque, la funzione politica, occorre scienza e coscienza della fisiologia democratica, senza le quali si incrementa il caos, il conflitto politico che sfocia, come è sempre accaduto, in un incremento di sfiducia sciale a scapito della qualità della vita biologica, economica e culturale.

In sintesi le condizioni necessarie per svolgere la funzione politica e parlamentare sono quelle di avere una visione globale dei valori democratici, dei mezzi per realizzarli nonché una conoscenza dei processi dinamici che consentono all’uomo di svilupparsi armonicamente all’interno della società democratica. Il dibattito parlamentare dovrebbe essere finalizzato soltanto alla ricerca dei mezzi più idonei per la concretizzazione della progettualità costituzionale. Con questa visione “scientifica” della democrazia fisiologica, i partiti, proprio perché di parte, non hanno più significato perché ciò che realmente conta è la qualità e la preparazione degli uomini che devono svolgere la funzione politica.

Il Governo, che è già la funzione amministrativa, non deve essere né forte né debole, ma competente e capace di concretizzare le scelte e i progetti del Parlamento, onde assicurare il pieno successo delle garanzie istituzionali.

La funzione giurisdizionale, infine, che come tutti sapete, incarna nella fisiologia democratica la “giustizia”, necessita di ulteriori strumenti scientifico – conoscitivi su quelli che sono gli imperativi biologici e sociali dell’uomo poiché, come abbiamo già detto, tendenzialmente l’individuo è guidato nelle sue azioni dal senso innato di giustizia più che dalle leggi dello Stato.

L’azione giudiziaria, comunque, dovrebbe sempre essere finalizzata a correggere (rieducare) quelle deformazioni psicologiche che determinano il conflitto tra l’imperativo biologico e l’astrattismo della legge. Come dire che i tribunali dovrebbero essere le sedi rieducative per i cittadini che non hanno acquisito quella coscienza democratica utile alla convivenza e allo sviluppo di tutta la società o per intervenire laddove altre strutture educative hanno fallito.

Purtroppo, data l’esiguità del tempo a disposizione, non posso approfondire ulteriormente un argomento che richiederà ben altri spazi e tempi di discussione e di dibattito.

Ritengo comunque che la base fisiologica di una reale democrazia debba integrare gli imperativi biologici con quelli giuridici e solo allora saremo in grado di realizzare in tutti i cittadini quei principi etici che consentiranno ad ognuno di partecipare con dignità ed onestà a scelte meritocratiche utili ad uno sviluppo armonico di tutta la società.